Acqua pubblica o business? La nuova battaglia in Trentino e in Italia


A quindici anni dal referendum che sancì l’acqua come bene comune, la tensione torna alta. In Trentino, la multiutility Dolomiti Energia ha annunciato l’intenzione di quotarsi in Borsa, cedendo tra il 20 e il 25% delle azioni. Una mossa che i comitati per l’Acqua bene comune definiscono una vera e propria speculazione, mentre i sindaci di Trento e Rovereto sostengono la scelta.

Ma il Trentino non è un caso isolato. Mentre la siccità prosciuga torrenti e ghiacciai (con riserve idriche calate del 32%), il dibattito infiamma anche Napoli, dove il sindaco Manfredi vuole trasformare l’Abc in una Spa pubblica. Per il professor Alberto Lucarelli, però, si tratta di un pericoloso passo verso la finanziarizzazione dei beni essenziali, che favorisce i grandi monopoli come Hera e Acea a discapito dei cittadini.

Gli effetti si vedono già nelle bollette:
la spesa media per l’acqua è salita a 528 euro l’anno, con aumenti del 30% in alcune zone, mentre gli investimenti calano. Per gli attivisti, come padre Alex Zanotelli, “l’acqua è madre, non si vende”. Con il riscaldamento globale, entro il 2040 l’Italia potrebbe perdere la metà delle sue risorse idriche, rendendo l’acqua un’occasione d’oro per i privati.

A settembre, un forum internazionale a Roma discuterà del futuro dell’acqua come merce, ma i movimenti civici promettono battaglia: la partita è aperta e il diritto all’acqua resta ancora tutto da difendere.

Articolo completo di Francesca Caprini pubblicato sulla rivista Nuova ecologia - numero luglio-agosto 2026 

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